Semmelweis e la nascita dell’igiene

A circa mezzo secolo dalla vicenda di George Washington, la scienza non aveva fatto ancora passi avanti significativi nella comprensione dello sviluppo e della trasmissione delle malattie infettive.
La storia seguente si svolge a Vienna e rappresenta una delle più tristi pagine di storia della scienza contemporanea, in cui dell’orgoglio e dell’arroganza della gerarchia medica dell’epoca fecero le spese centinaia di donne.
Il protagonista di questa storia si chiama Ignác Fülöp Semmelweis, un medico ungherese che iniziò a lavorare presso la Prima Clinica Ostetrica dell’Ospedale Generale di Vienna il 1° luglio 1846.
Come avveniva anche in altre parti d’Europa, l’ospedale viennese aveva due cliniche che fornivano servizi gratuiti di maternità assistita a donne svantaggiate e prostitute purché queste si prestassero a partecipare alla formazione degli studenti e delle ostetriche.
Purtroppo il ricovero in clinica rappresentava anche il rischio di contrarre una malattia chiamata febbre puerperale, che oggi sappiamo essere provocata da una contaminazione da batteri, in particolare Escherichia coli, Streptococco o altri germi anaerobi che infettano l’endometrio, lo strato più interno dell’utero, nelle zone in cui per vari motivi ha subito delle lesioni. Il rischio non era dei più bassi, infatti nel 1846, anno di assunzione di Semmelweis, presso la Prima Clinica, su circa 4.000 puerpere ricoverate, ne erano morte 459 (pari all’11%).
Per motivi allora sconosciuti, nella Seconda Clinica il tasso di mortalità era pari a solo il 2.8%. Questo fatto era così tristemente noto che le puerpere pregavano in ginocchio di non essere ammesse alla Prima Clinica arrivando a partorire per strada sostenendo di non aver fatto in tempo ad arrivare alla Clinica per poter usufruire degli aiuti per il bambino senza esporsi al rischio.
La febbre puerperale era una malattia nota fin dall’antichità e le spiegazioni della sua origine erano state le più fantasiose. Wikipedia elenca le più importanti:

  • teoria dell’arresto della libera fuoriuscita dei lochi: i lochi (secreti che fuoriescono dalla vagina per un periodo di circa 6 settimane dopo il parto), non espulsi e putrefatti a seguito del ristagno, risalgono nei tessuti e nel sangue, causando dolore, febbre e decesso della donna. La patogenesi veniva fatta risalire a eccessiva densità del sangue, ristrettezza o ostruzione dei vasi, aria fredda all’interno dell’utero, freddo all’estremità degli arti inferiori, o, infine, a “passioni che facevano retrocedere il cammino del sangue dall’utero”;
  • teoria dell’impurità del sangue: secondo tale teoria durante i nove mesi di gravidanza, le vene avrebbero assorbito veleni prodotti dal materiale fecale accumulato. La causa dell’accumulo era attribuita all’utero che, ingrossandosi, esercita una pressione sull’intestino, provocando una stasi;
    teoria della metastasi del latte: si credeva che il latte fosse composto da fluido mestruale trasformato, che raggiungeva le mammelle attraverso un dotto posto tra la sommità dell’utero e la punta del capezzolo. Nell’aprire il cadavere delle donne decedute di febbre puerperale, il pus che si trovava in addome appariva così simile al latte, che alcuni dissettori affermavano che questo avesse deviato dal suo normale percorso verso le mammelle e si fosse accumulato nell’addome;
  • teoria dei “miasmi”: un’atmosfera nociva si poteva sprigionare da altri individui malati o da influenze telluriche, solari o magnetiche;
  • teoria psicologica: quest’ultima era basata sul terrore delle donne partorienti provocato dal suono della campanella del pastore, che preannunziava morte; secondo altri, la figura maschile del medico provocava un profondo turbamento violando la pudicizia femminile.

Semmelweis era molto turbato da questa situazione e si impegnò nella ricerca delle cause. Il sovraffollamento era da escludere dal momento che la Seconda Clinica era più affollata della prima e anche il clima non poteva influire essendo lo stesso in entrambi i casi. L’indizio che lo portò sulla giusta strada arrivò nel 1847 quando Jakob Kolletschka, un caro amico di Semmelweis, morì di una malattia molto simile alla febbre puerperale, a seguito di una ferita accidentale con un bisturi durante una autopsia.
Semmelweis collegò la morte all’attività di esame dei cadaveri e si rese conto che una grande differenza fra le due cliniche consisteva proprio nel fatto che la Seconda Clinica non era frequentata da studenti di medicina, che prendevano parte a corsi che comportavano il contatto con i cadaveri, ma era destinata solo alla formazione delle ostetriche.
Semmelweis formulò quindi l’ipotesi che gli studenti, che si recavano a far visita alle puerpere dopo aver sezionato i cadaveri, portassero sulle mani delle “particelle cadaveriche” e che queste fossero la causa della patologia.
Egli istituì quindi l’obbligo per gli studenti di lavarsi le mani con ipoclorito di calcio, essendo questa sostanza particolarmente adatta a rimuovere l’odore di putrido che rimaneva sulle mani dopo le autopsie.
Il risultato di questa pratica ebbe immediatamente dei risultati positivi abbattendo il tasso di mortalità del 90%. La pratica del lavaggio delle mani fu introdotta nel maggio del 1847 e a luglio e agosto il tasso di mortalità era calato al 1.2% e 1.9%.
Ci si aspetterebbe che un risultato così eclatante suscitasse grande interesse nella comunità scientifica e medica. Purtroppo così non fu!
All’epoca, come già detto, la teoria medica imponeva che le malattie fossero causate della discrasia, cioè uno squilibrio dei quattro umori, la trasmissione delle malattie avvenisse tramite miasmi e la cura principale fosse il salasso. Semmelweis invece proponeva che la malattia venisse trasportata da ipotetiche particelle invisibili e, nonostante il successo delle sue tecniche e la meticolosità con cui annotava le sue osservazioni, la sua teoria appariva puramente speculativa. Ricordiamo che gli esperimenti di Pasteur arrivarono solo nel 1864.
Inoltre la visione di Semmelweis faceva passare gli stessi medici come veicolo di malattia, l’obbligo di lavarsi le mani era considerato offensivo nei confronti del loro stato sociale e il fatto di essere straniero ungherese e nazionalista non aiutava la sua posizione. Il crescente risentimento nei suoi confronti culminò nel 1849 quando, alla scadenza del suo mandato, il direttore Klein non gli fece rinnovare il contratto.
Semmelweis ritornò quindi a Pest presso l’ospedale di San Rocco dove contribuì ad abbattere la mortalità per febbre puerperale fino allo 0.85%, ma continuando a non riuscire a far accettare le sue idee tanto che, a partire dal 1861, iniziò ad avere problemi comportamentali e fare abuso di alcol, forse anche a causa del morbo di Alzheimer o un avanzato stato di sifilide. Venne ricoverato in un manicomio dove morì a causa delle percosse ricevute dalle guardie, il 13 agosto 1865.

Oggi l’importanza del lavoro di Semmelweis è largamente riconosciuta, ma dalla sua vicenda è stato persino coniato il termine Riflesso di Semmelweis o Effetto Semmelweis per denotare la tendenza a rigettare nuove evidenze o conoscenze che vadano in conflitto con le conoscenze consolidate