La fallacia di Preghiera Speciale è forse più nota come “Doppio Standard” e rappresentata dalla locuzione “Due Pesi e Due Misure”.
E’ il tipico difetto di ragionamento di chi, pur sostenendo una certa regola, ritiene che sia lecito ammettere delle eccezioni quando queste si rivelano per lui vantaggiose.
In qualche caso questo atteggiamento viene ripiegato in una sorta di ragionamento circolare, come fanno i credenti nello spiritismo quando sostengono che sia necessario credere nell’esistenza degli spiriti per essere in grado farne esperienza. Per inciso questa posizione è condivisa in generale dai credenti in qualsiasi religione.
Similmente, medium e sensitivi giustificano il fallimento degli esperimenti scientifici riguardanti il paranormale o le loro capacità extrasensoriali col fatto che la presenza degli strumenti e degli scienziati generi una energia negativa in grado di annullare gli effetti che si vogliono studiare.
Nelle scienze sociali è frequentissimo osservare posizioni di doppio standard nei gruppi che vedono messe in discussioni alcune usanze consolidate, quindi vi sono doppi standard per quanto riguarda i comportamenti sessuali in funzione del genere della persona sotto accusa, doppi standard relativi all’etnia di provenienza, alla classe sociale, all’affiliazione politica, ecc. ecc.
Nella seguente vignetta presa dalla rete si illustra il concetto sopra esposto.

Mentre nella fallacia della preghiera speciale si richiede di fare un’eccezione ad una regola generale, con la fallacia del vero scozzese, o appello alla purezza, si ridefinisce la regola generale per aggiustarla alle proprie esigenze.

Questa espressione è stata coniata dal filosofo britannico Anthony Flew che la usò nel suo saggio “Thinking about Thinking” :

Immaginiamo Hamish McDonald, uno scozzese, seduto a leggere il suo Glasgow Morning Herald, che vede un articolo intitolato “Lo stupratore di Brighton colpisce ancora”. Hamish è sconvolto e dichiara che “Nessuno scozzese potrebbe mai fare una cosa del genere”. Il giorno dopo è di nuovo seduto a leggere il Glasgow Morning Herald; e questa volta trova un articolo su un uomo di Aberdeen le cui azioni rendono al confronto lo stupratore di Brighton un gentiluomo. Questo mostra che l’opinione di Hamish era sbagliata, ma lui lo ammetterà? Probabilmente no. Questa volta dirà: “Nessun vero scozzese potrebbe mai fare una cosa del genere”.

L’errore consiste nel modificare la definizione di A in modo da rendere vero l’enunciato “tutti gli A sono B”. Si tratta di una forma di petitio principii, in quanto ciò che si vuole dimostrare è già incluso nella definizione che viene data di “vero A”.

Intorno agli inizi del 1700 si afferma in Europa una corrente di pensiero detta “Primitivismo” incentrata sul cosiddetto mito del buon selvaggio.
Gli appartenenti a questa filosofia, fra cui ricordiamo Jean-Jacques Rousseau come figura di spicco, attribuivano l’origine dei mali che affliggono l’umanità ad un’opera di corruzione causata dagli uomini stessi, accumulatasi durante il processo di costruzione della società moderna.
Essi proponevano quindi, come riferimento morale, uno stato originario, incorrotto, cui se non addirittura ritornare, per lo meno ispirarsi.
La Natura era vista come pura e incontaminata e le popolazioni che vivevano a più stretto contatto con essa erano privilegiate perché più vicine all’intenzione originaria del creatore.

Ovviamente si tratta di una visione estremamente idealizzata che si giustifica in un’epoca in cui poteva mettersi in contrapposizione all’altrettanto idealizzata concezione di superiorità della società occidentale rispetto alle popolazioni conquistate e sfruttate degli imperi coloniali.

Oggi questo mito ha perso quasi completamente il suo fascino nell’ambito della critica sociale, ma curiosamente sopravvive come tecnica di marketing essendosi trasformato in un mito salutistico.
Spesso la qualità di essere “naturale” o, nella versione più attenuata, “tradizionale”, viene attribuita ad un prodotto per renderlo più accattivante e per confortare l’acquirente dalla paura che prodotti moderni e tecnologici siano pericolosi perché “corrotti” dalla scienza moderna al servizio del profitto.

E’ evidente che il fatto che un prodotto sia dannoso o meno dipende dalle sostanze che esso contiene e dalla loro concentrazione, sia che la provenienza di quest’ultime sia naturale che artificiale. Del resto molti dei veleni più potenti sono estratti di piante e frutti e viceversa molte sostanze sintetiche vanno a costituire dei farmaci salvavita. Gli stessi farmaci salvavita possono diventare dannosi o letali se assunti in dosi errate, a testimoniare che l’etichetta di naturalità ha ben poco a che vedere con la bontà di una qualche sostanza o alimento. Infatti anche nel nostro articolo sui Veleni Quotidiani avevamo visto alcuni alimenti di uso comune che, in maniera perfettamente naturale, contengono sostanze potenzialmente dannose.

In questo caso la giustificazione per un particolare ragionamento viene dalla constatazione che “si è sempre fatto così!
Si suppone cioè che la verità risieda nell’uso consolidato, nella saggezza popolare e nella tradizione, infatti un altro modo per identificare questa fallacia è attraverso la locuzione latina argumentum ad populum e il riferimento alla “carovana” deriva dal detto “saltare sul carro del vincitore”.
Si tratta di un atteggiamento acritico che spesso non arriva neanche ad entrare nel merito del dibattimento in corso e si limita a cercare dei precedenti da usare come giustificazione.
Come abbiamo visto nel paragrafo sulla scoperta dell’igiene da parte di Semmelweis l’argomentazione dei medici suoi contemporanei nei confronti delle pratiche profilattiche da lui proposte di non essere allineate alla grande tradizione medica, costarono la vita a innumerevoli puerpere.
Come per tutte le fallacie, quando i ragionamenti errati si traducono in azioni, gli effetti possono essere tragici!

Studi universitari, opinioni di premi Nobel, di filosofi, di medici illustri al pari di leader religiosi, attori famosi, politici influenti e oggigiorno persino noti “influencer” sui social media sono una componente essenziale di una fallacia che viene usata con una tale frequenza e disinvoltura che è persino difficile considerarla un artificio retorico quanto una forma di comunicazione.

In maniera molto simile a quanto accade nell’appello alla natura, in questo caso la fonte di verità diventa uno dei soggetti citati precedentemente, cioè un elemento che il consenso comune identifica come depositario di una conoscenza speciale la cui opinione farebbe da garante per la tesi che si vuole proporre.

Ovviamente ha perfettamente senso adottare come propria l’opinione di un esperto su un determinato argomento poiché non possiamo diventare noi stessi esperti di qualsiasi cosa, ma utilizzare un’opinione specifica, per quanto autorevole, in un ragionamento logico come probante è totalmente illegittimo. Come fa notare Dario Bressanini sul suo blog la storia della scienza è costellata da personaggi illustri e persino premi Nobel che, ad un certo punto della loro carriera, si sono convinti delle cose più assurde anche contro le più schiaccianti evidenze scientifiche.
Alcuni esempi notevoli possono essere Linus Pauling, che si convince di miracolose proprietà curative della vitamina C o Kary Mullis , che si convince che il legame fra virus del HIV e AIDS non esista.
D’altronde la ricerca scientifica è caratterizzata proprio da un continuo perfezionamento delle conoscenze e quindi non è raro che ciò che è considerato corretto e veritiero in un certo momento venga sovvertito da ricerche successive. E questo è valido per qualunque altro tipo di autorità.

Attraverso questa fallacia, l’abilità di argomentare in una discussione può raggiungere livelli di arte diabolica. In uno scontro verbale, un ragionamento in cui sia celata una domanda ad orologeria può farci trovare in una situazione senza uscita in cui non possiamo fare a meno di ammettere la tesi proposta dal nostro avversario. In inglese questa fallacia viene denominata “loaded question” per richiamare “loaded gun” cioè “pistola carica” trattandosi di un tipo di argomentazione per cui è necessario prestare molta attenzione per non “ferirsi”.

Per chiarire meglio di cosa stiamo parlando, ecco un esempio estremamente semplificato.

Supponendo di trovarsi in una situazione in cui sia lecito dare esclusivamente risposte sì/no, una domanda del tipo:”Hai smesso di picchiare tua moglie?” è ovviamente una domanda ad orologeria in quanto presuppone implicitamente 1. che uno sia effettivamente sposato e 2. che uno abbia in qualche momento picchiato la propria moglie. La bomba ad orologeria scoppia nel momento in cui uno provi a dare una risposta qualsiasi, in quanto:

a) rispondendo sì si ammette implicitamente di aver picchiato la propria moglie in passato
b) rispondendo no si ammette di proseguire nel vizio di picchiare la propria moglie nel presente

Per essere rigorosi, una domanda ad orologeria come quella sopra esposta non è esattamente un’argomentazione, in quando chi pone la domanda non sta propriamente esponendo un pensiero, ma sta piuttosto ingannando il proprio interlocutore ad ammettere per vere delle assunzioni che potrebbero verosimilmente contenere delle fallacie del tipo petizione di principio (in cui un fatto viene assunto come vero senza giustificazione) oppure del tipo falsa dicotomia, che abbiamo visto nel paragrafo precedente.

Una situazione come quella sopra descritta è così eclatante che è molto facile accorgersi del tranello ed evitare, o cercare di evitare, la risposta diretta che farebbe “detonare” la domanda. Tuttavia si può fare un uso subdolo di questo tipo di fallacia, senza ricorrere alla domanda diretta, ma utilizzando per esempio delle domande retoriche, in cui l’uditorio è portato ad assumere la risposta implicita alla domanda e con essa ammettere involontariamente le implicazioni nascoste. In argomenti ancora più elaborati, queste assunzioni implicite possono essere parte di un argomento più vasto che diventa convincente proprio perché il lettore, o l’ascoltatore, ha inconsciamente assunto per veri gli elementi che erano stati presentati in maniera nascosta in altrettante domande ad orologeria.
Ecco un esempio preso dalla rete.

Chi di voi non ha mai sentito parlare della dieta dei 7 limoni? Si tratta di un programma di depurazione e alcalinizzazione del nostro organismo, adatto soprattutto dopo i giorni di festa, prima dell’inverno per prevenire l’influenza o prima del periodo estivo per ridare all’organismo una ripulita rendendolo più asciutto, tonico e in salute!

In questo caso si inizia con una domanda retorica in cui il lettore, specialmente uno che è approdato sull’articolo in questione, è verosimile che dia una risposta positiva. In questo modo è portato a dare implicitamente un valore di verità a tutto ciò che, nel periodo successivo, è presentato come risposta alla domanda, cui lui stesso aveva dato la risposta positiva.
Egli è portato cioè ad assumere per vere una quantità di affermazioni sulle proprietà della dieta dei limoni che andrebbero invece argomentate e dimostrate.

La Fallacia Aneddotica si basa sull’euristica della disponibilità, cioè la tendenza della nostra mente ad inferire la probabilità di accadimento di un evento basandosi sulla facilità a crearsene una rappresentazione. E questa facilità è facilmente condizionata dai racconti e dalle opinioni di chi ci è vicino oltre che, naturalmente, della propria esperienza personale.

Chi vuole sfruttare questo tipo di fallacia in una discussione, non deve far altro che creare una narrativa credibile, dettagliata, un racconto avvincente, in modo che l’interlocutore si faccia un’immagine mentale altrettanto nitida di ciò che vogliamo fargli accettare, per spingerlo ad assegnargli, istintivamente, un elevato valore di verità.

E’ facile vedere come questo meccanismo entri in gioco nel già citato appello all’emozione. Presentare un’immagine emotivamente coinvolgente non solo ci scuote a livello sentimentale, ma ci aiuta a costruire un’immagine mentale che sembra reale e quindi meritevole di essere ritenuta rappresentativa.

In maniera del tutto analoga funziona la propaganda politica attuata attraverso i mezzi di informazione, i social network e la creazione delle cosiddette Echo Chambers. Creare cioè un flusso di informazione in cui vengono ripetuti e mostrati dati selezionati, come crimini eseguiti sempre dallo stesso gruppo di persone, prove della terra piatta, guarigioni miracolose e medicine alternative, aiuta l’utente a formarsi un’immagine mentale molto ricca e dettagliata di una realtà o parziale o opportunamente adulterata. E l’utente è portato naturalmente a pensare: “E’ così verosimile, non può non essere vero!”

Come abbiamo ampiamente dimostrato nell’articolo sul teorema di Bayes, però, trarre delle conclusioni generali partendo da dati incompleti può portare a commettere errori grossolani e talvolta disastrosi.

Quindi la prossima volta che sentiremo la frase “Mio nonno campò fino a 97 anni e fumava tre pacchetti di sigarette al giorno”, prendiamola per quello che è: un simpatico aneddoto, e nulla più.

Il modo migliore per illustrare il concetto che l’onere della prova spetta a chi afferma, è quello di citare testualmente le parole del filosofo Bertrand Russell il quale ha fatto ricorso ad un racconto paradossale per mettere in evidenza questo concetto. La famosa Teiera di Russell.

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte ci fosse una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi purché io avessi la cura di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata persino dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che, giacché la mia asserzione non può essere smentita, dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe giustamente che stia dicendo fesserie. Se però l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità e instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente.

In questo passo, Russell, fa riferimento evidentemente ai testi religiosi che vengono generalmente visti come fonti di verità da accettare in maniera fideistica, ma lo stesso tipo di atteggiamento dovrebbe essere applicato a qualsiasi tipo di affermazione, sia essa anche scientifica o pseudo-scientifica.
Se una persona afferma che la sua casa è infestata dai fantasmi, non spetta agli altri confutare la sua affermazione, ma ad egli stesso dimostrarne la veridicità. E qualora non emerga una spiegazione scientifica o razionale ad un tale fenomeno, questo non implica automaticamente che una spiegazione fantasiosa o soprannaturale sia confermata (il che significa cadere in una fallacia formale che sarà descritta nel prossimo paragrafo).

Nonostante questo tipo di fallacia sia diffusissima il suo riconoscimento non è affatto cosa recente. Infatti si deve ad Euclide di Megara intorno al 400 a.C. l’aforisma: Ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova. Dalle parole di Euclide deriva un proverbio latino in voga nel 19° secolo: Quod grātīs asseritur, grātīs negātur che è stato in seguito ripreso nel 2003 da Christopher Hitchens il quale ne ha resa famosa la traduzione in inglese: What is freely asserted is freely dismissed.
Sulla stessa linea di pensiero era il matematico francese Pierre Simon Laplace che, alla fine del ‘700, affermava: il peso per l’evidenza di un’affermazione straordinaria deve essere proporzionato alla sua singolarità. E le parole di Laplace sono state riportate nei tempi moderni, stavolta da Carl Sagan:
Extraordinary claims require extraordinary evidence – Affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie.